CUBA: Cosa resta della Rivoluzione

di Francesco “Versoescondido” Iampieri

Un viaggio a Cuba non lascia mai indifferenti. Puoi lasciarci il cuore totalmente, farti travolgere dalla sua incredibile energia che trasuda da ogni angolo delle strade. Una visita di Cuba può spezzarti il cuore anche per le sue tante problematiche, visibili alla luce del sole in quegli stessi angoli di strada da cui emerge la positività della sua gente.

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 Sicuramente non era questa la Rivoluzione tanto sognata e raggiunta, ottenuta con il sacrificio di molti eroici ragazzi degli anni ’50. Fiumi di sangue sono corsi lungo i campi di canna da zucchero, ondate di materiale ematico hanno dissetato le palme reali lungo le campagne, tanti corpi senza nome riposano sotto la terra della Sierra Maestra.

 Tutto questo per una causa nobile, coraggiosa ed  onorevole come una Rivoluzione deve essere, e così infatti fu. Ma qualcosa poi non funzionò e tutto rimase cristallizzato nel tempo, uno stand by che dura da cinquanta anni, qualcuno ammette qualche colpa, tutti che accusano tutti in una partita a ping pong, dove la pallina assume il nome di Responsabilità. Le analisi geopolitiche hanno riempito interi container di carta stampata, per decenni tutto è stato analizzato, studiato, elaborato, in una continua e spasmodica ricerca di una soluzione ai problemi che affliggono la Isla Grande.
Piccole e significative vittorie si sono ottenute nel tempo, piccoli trofei da mostrare con orgoglio, nella speranza di migliorare un poco la coscienza e il giudizio del mondo nei confronti di Cuba.
La storia, come sempre ha fatto, si dimostrerà il migliore e più imparziale giudice che esista, ed emanerà un giorno la sua sentenza di assoluzione o colpevolezza.
Definitiva e senza possibilità di appello.

Un cielo coperto di nuvole preoccupanti mi accoglie sul Malecon, il lungomare più romantico del mondo ha scritto qualcuno, che corre per sette chilometri lungo la baia de L’Avana, abbracciando le zone popolari deLa Habana Viejae del porto,  per arrivare a costeggiare quartieri residenziali come il Vedado e fin su a Miramar. Tanti ragazzi giocano e fanno il bagno, tuffandosi dagli scogli sotto il muretto della strada. Altri uomini invece pescano con canne di fortuna, sperando nella bontà dell’oceano come risarcimento per le tante vite che ha inghiottito nel tempo, quando si ribellava al tentativo di favorire la fuga di giovani con le loro camere d’aria gonfiate a dismisura, le famose Balseros, che inseguivano il miraggio di raggiungere le coste di Key West a sud di Miami, porta d’ingresso degli odiati e amati Stati Uniti.

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La salsedine non conosce sazietà, mangia cemento e corrode intonaci con una voracità che supera quella dei pescecani dell’Atlantico. Scheletri di colonne e palazzine coloniali affacciate sul mare danno solo l’idea della bellezza di un tempo passato, piccole tracce di colore sopravvissute lasciano immaginare la vivacità preesistente. Uomini, donne e bambini sostano sotto i portici davanti le loro case, da una finestra si scorge l’interno di una sala da pranzo con un tavolo e una poltrona, da dove una vecchia segue una telenovela alla tv. Delle botteghe vendono quadri di tela con motivi classici dei Caraibi, la baia sulla spiaggia con le palme, o donne al mercato sedute in terra a vendere frutta, con i loro vestiti coloratissimi. Immancabile il quadro del Guerrigliero Eroico, con il suo basco nero e la sua stellina rossa, trofeo imperdibile per ogni turista che si rispetti.

Camminare per i vicoli de L’Habana Vieja significa entrare nel cuore della città, con le sue contraddizioni dovute al passaggio numeroso di viaggiatori guida alla mano. Un furbo padre di famiglia cerca di estorcere qualche pesos per il latte in polvere del figlio, una donna ti chiede in regalo la penna con cui stai scrivendo una cartolina. Un bambino ti fa gli occhi dolci, chiedendoti senza parlare, mentre guarda e desidera il tuo braccialetto da due soldi. Questa zona, dichiarata patrimonio Unesco molti anni fa, ha potuto godere dei finanziamenti ottenuti grazie a questo riconoscimento. I maggiori risultati si possono ammirare solo in una manciata di strade, che ruotano intorno alla zona della grande Cattedrale de L’Avana, massima espressione del barocco del ‘500. Calle Obispo è il miglior risultato ottenuto con le ristrutturazioni che si protraggono da tempo, si riesce a farsi un’idea di cosa sia stata questa città agli inizi del secolo scorso, ricca, fiera e meravigliosamente bella,  da far invidia al mondo intero.

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I due leoni all’ingresso del Paseo del Prado accolgono le passeggiate delle famiglie avanere la domenica mattina, il lungo corso rialzato costeggiato da alberi e panchine ha perso lo smalto e lo sfarzo passato anch’esso, restano le immagini impresse nelle memorie degli anziani e dei libri fotografici in vendita sulle bancarelle, insieme alle banconote di rivoluzionaria memoria e le immancabili calamite, con cui addobbare il frigorifero casalingo al ritorno.

Nessuno può sottrarsi dal giro alcolico quasi d’obbligo, per seguire le orme gustative di Hemingway, fra la Bodeguitadel Medio, dove assistere al banco alla preparazione del famosissimo Mojito, e berlo ghiacciato assistendo magari all’esibizione di un gruppo di musicisti, e ammirare alle pareti le foto dello scrittore morto suicida, e le migliaia e migliaia di firme dei turisti di tutto il mondo. Poche stradine e vicoli e si prosegue provando l’altrettanto famoso Daiquiri, nell’elegante e di classe Floridita, ristorante di lusso per stranieri, e forse un piccolo numero di cubani benestanti. La statua bronzea di Hemingway ti osserva dal suo angolo preferito, quasi aspettandosi il tuo giudizio sul cocktail appena ordinato. Molti locali del centro offrono musica e bevande ad un prezzo molto inferiore dai due sopra indicati, e non hanno nulla da invidiare agli altri per comodità, qualità e arredamento. Solo il numero dei clienti suscita invidia, ma purtroppo contro fama, nomina e storia si può ben poco quando si ha a che fare con i turisti cappellino in testa e videocamera in mano.

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Plaza dela Revolucion, immensa con la sua statua gigantesca di Josè Martì che guarda serio Che Guevara di fronte a lui, dall’altra parte della piazza, impresso nell’installazione in ferro sulla parete del ministero dell’interno. Da poco tempo un’altra effige è stata sistemata sul vicino edificio di fianco il ministero, il volto sorridente di Camilo Cienfuegos, con il suo immancabile cappello da cowboy stempera la severità del momento, in linea con il suo essere guascone, come era solito sempre fare con una battuta o uno scherzo, prima che l’oceano lo inghiottisse per sempre con il suo piccolo aereo. Non fu mai ritrovato ne il suo corpo ne il suo aereo, che alimentarono leggende negli anni. Magari un giorno si scoprirà che era stato tutto, soltanto, l’ennesimo scherzo di Camilo, il suo ultimo e più riuscito scherzo.

Ciò che resta della Rivoluzione è una popolazione a cui sostanzialmente non interessa molto della Rivoluzione, ogni giorno per loro è una battaglia e ciò di cui si preoccupano maggiormente è la sopravvivenza. I cubani da sempre sperano in cambiamenti positivi per la loro società, come i servizi, libertà personale, qualità e scelta degli alimenti, lavoro e stipendi all’altezza. Se poi questo si chiami New Economy, Globalizzazione, Rivoluzione, Comunismo o Democrazia a loro poco importa. Le grosse auto anni ’50, testimonianza del periodo di sfarzo, lusso, gioco d’azzardo e mafia che caratterizzava L’Avana in quel periodo, sfrecciano ancora lungo il Malecon, e sono l’esempio della tempra d’acciaio di questo popolo. Carrozzerie rimesse a nuovo in qualche modo, tubi di scappamento che sbuffano fumi di chissà quale intruglio di benzina ed altro, metri e metri di fil di ferro a tenere insieme tutte le parti del motore. Sembra impossibile ma resistono e camminano, proprio come un qualsiasi cubano.

I cubani resistono e camminano appunto, ecco cosa resta della Rivoluzione, una Chrysler con sessanta anni sulle spalle, che borbotta, soffre, sputa e arranca, ma corre. Metafora dell’ intera Cuba che pare reggersi su di un fil di ferro arrugginito, ma che non cederà mai, non si arrenderà mai.

Il suono di una tromba, di congas, di tamburi e di canti allegri provengono da un ex cinema in disuso, un gruppo si esibisce sul palco con il tendone bianco alle spalle, la musica è travolgente e una coppia di anziani abbracciandosi inizia a ballare insieme. Le poltrone comode offrono dieci minuti di riposo, mi siedo e la visione d’insieme è bellissima. Mi rilasso, rifletto, e mentre la musica avvolge l’intera sala, mi fermo ad osservare cosa resta della Rivoluzione.

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